Investire nella scienza verde per dare forma al futuro. Parola di Cyrill Gutsch

«Il futuro è nella biofabbricazione, nella scienza verde, solo adesso iniziamo a capire l’altissima tecnologia che sta dietro a una texture, a un colore, alla superficie di un vegetale o di un frutto. Stiamo iniziando a copiarli nei laboratori, ma la strada è lunga. Penso che la maggior parte dei biomateriali inventati finora non possa ancora competere con la plastica. Inoltre, dobbiamo essere molto attenti a evitare di trasformare la nostra agricoltura in monocolture a perdita d’occhio, per esempio di mais, per creare dei suoi sostituti», continua Gutsch. Ecco perché è nata Parley Mothership, una nuova entità che si occupa di finanziare la ricerca sui nuovi materiali e di portarli sul mercato. Al team di dieci persone si sommano le partnership con scienziati, creativi, talenti in tutto il mondo. Non un solo laboratorio, ma la stessa idea di rete che ha acceso la scintilla nove anni fa. «Crediamo che la vera innovazione si faccia ad ampio raggio, per questo vogliamo incoraggiare e finanziare sperimentazioni e studi scientifici senza un brief specifico se non quello di inventare qualcosa di migliore. Per esempio, stiamo guardando con molto interesse alle emissioni di carbonio – ne abbiamo 2mila megaton nella nostra atmosfera – che potrebbero essere la miglior riserva di materia prima per dar vita ad alternative alla plastica».

I mattoni in biocemento bioLITH, dell’azienda BIOMASON.

 

Nel suo archivio ideale dei materiali più fenomenali, il centro del podio è occupato dal biocemento di Biomason , realizzato in laboratorio a partire da microrganismi che operano nello stesso modo in cui vengono costruite le barriere coralline. La produzione di cemento è responsabile dell’8 per cento di emissioni di carbonio globali. Secondo l’azienda, che ha appena firmato un contratto per realizzare la pavimentazione degli store del gruppo H&M, un uso estensivo del biocemento riuscirebbe a ridurre le emissioni globali del 25 per cento entro il 2030. Al secondo e terzo posto, i «meravigliosi» miceli, «con cui è possibile realizzare abiti, accessori, materiali edili così come oggetti e arredi» e le alghe, che oltre a poter essere convertite in cibo e tessuto, catturano Co2. «Poi ci sono aziende che trasformano le emissioni di carbonio in vodka, altre che fabbricano in laboratorio le proteine per realizzare sostituti della seta o del cotone.

Impermeabile realizzato con bioplastica di alghe dalla designer Charlotte McCurdy.

 

Alcuni materiali sono ormai vicinissimi alla commercializzazione, per altri serve ancora tempo, ma questo è un momento straordinario. Ci sono ricerche attive magari da 15 anni che finalmente adesso ricevono i fondi necessari per arrivare sul mercato. Le più grandi aziende dell’ultimo secolo sono state guidate da visionari, e credo che oggi sia di nuovo il loro momento. È tempo di sognare, di rischiare, di credere che possiamo creare una nuova generazione di materiali».

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