Elezioni Usa, Fukuyama: «Se vincerà Trump il Paese piomberà in un regime autoritario»

«Credo che il maggiore elemento di debolezza della società americana sia l’elevato grado di polarizzazione. Polarizzazione che ha diminuito la fiducia nelle istituzioni. Anche se Biden vincerà le elezioni e i Democratici conquisteranno il Congresso, gli Stati Uniti resteranno divisi. C’è almeno un terzo della popolazione che non accetterà il risultato delle elezioni.Ci troviamo di fronte a un difetto di legittimazione e di rispetto delle istituzioni. Le ferite sono profonde. L’America è diventata un Paese dove prevalgono le visioni apocalittiche e le posizioni estreme. Considerate queste circostanze, non sarà facile per un nuovo presidente democratico migliorare la situazione».

Ci vorrà un leader capace di riunire il Paese. Capace di costruire ponti. Potrà esserlo,nel caso, Joe Biden? «Questa è davvero una domanda da un milione di dollari. La risposta che potrebbero dare gli storici e i politologi è che in passato, in circostanze simili, sono state le grandi crisi esterne a unire il Paese. Ci vorrebbe forse una grande crisi di questo tipo per ricordare agli americani che fanno parte della stessa nazione, che nonostante le differenze si ritrovano tutti sotto la medesima bandiera. È successo per un breve periodo dopo gli attentati dell’11 settembre».

In un contesto così polarizzato non si discute dei problemi né dei programmi,tutti argomenti scomparsi dal dibattito politico con la cultura della divisione. «Le persone, nell’era dei social media, non prendono posizione basandosi sulle valutazioni dei fatti, bensì giudicando semplicemente se tali posizioni coincidono con il punto di vista del loro gruppo di riferimento oppure no. Mi hanno molto colpito le immagini delle proteste anti-lockdown organizzate dai gruppi di estrema destra in diverse parti del Paese».

Le persone manifestavano in piazza, davanti ai palazzi del potere, con le armi in mano per contestare le ordinanze dei governatori e dei sindaci che imponevano di restare in casa. «Una persona che in un corteo di protesta indossava il cappellino rosso di Trump diceva: “No, questa crisi non ci riguarda tutti!”. Anche di fronte a questa emergenza sanitaria globale, che qui ha causato oltre 220mila morti, una grande parte del Paese nega ancora l’esistenza del problema. La polarizzazione, alimentata dal perseguimento degli interessi personali, rende vana qualsiasi discussione sul bene comune, sulle politiche,sugli obiettivi, sui programmi. Sembra di vivere in due mondi diversi e distanti».

Il Coronavirus ha evidenziato le debolezze dei governi. «È stato uno stress test politico globale. I governi che hanno risposto meglio all’emergenza sanitaria sono stati quelli che avevano la migliore organizzazione pubblica, il maggiore consenso sociale e una migliore leadership». Come sarà il mondo dopo la pandemia lo racconteranno gli storici…«Quello che si può dire ora è che la lunga emergenza sanitaria, combinata con le pesanti perdite occupazionali, una prolungata recessione e un livello di debito pubblico senza precedenti creerà tensioni e contraccolpi, anche se non è ancora chiaro ai danni di chi. Qualcuno dovrà ripagare l’enorme massa di debito pubblico creata dai governi. È un’eredità che lasceremo alla prossime generazioni, che saranno costrette a piani di austerity nel lungo periodo».

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