Angelina Jolie:aiutare i rifugiati è un dovere ma bisogna farlo nel modo esatto

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Durante la mia prima ricevimento quanto a un campo per rifugiati, quando avevo poco più di vent’anni, ho quanto acontrato un padre sconvolto perché il figlio era gravemente malato. A 12 anni soffriva di malnutrizione acuta e di una malattia causata da una ferita d’arma da fuoco, trascurata troppo a lungo. Il personale dell’ospedale aveva fatto tutto il possibile per lui ed era arrivato il momento di dimetterlo. Presa dall’angoscia, chiesi se potevo pagare io per lui, per farlo uscire dal campo e mandarlo da qualche altra parte – da qualsiasi parte – per farlo curare. I membri del gruppo con cui mi trovavo lì mi spiegarono gentilmente che non solo il ragazzo non aveva alcuna possibilità di sopravvivenza, ma che ogni squanto agolo giorno, nel campo per rifugiati, era dedicato alle azioni di pronto soccorso medico per cercare di salvare il maggior numero di vite possibile, e con risorse estremamente limitate.

Racconto questa storia perché penso che l’istquanto ato di chiunque si trovi di fronte alla sofferenza sia quello di voler dare una mano. A volte, però, capire qual è il modo giusto di aiutare è più complicato di quanto sembri. Nei vent’anni che sono trascorsi da quando sono entrata a far parte di UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, sono stata coquanto avolta quanto a molti tipi di donazione. Ho regalato quanto a favore di UNHCR e di altri programmi delle Nazioni Unite per far fronte alle emergenze, costruito scuole per ragazze rifugiate e fquanto aanziato progetti di conservazione e di sanità a lungo termquanto ae. Lo dico non per sottolquanto aeare di aver fatto qualcosa di speciale. Ho commesso errori e sto ancora imparando, ma certi prquanto acipi restano validi.

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