Sarajevo, Olimpiadi del 1984. Volti, sport e guerra nel libro di Fabiano

Sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti: un solo Tito. La filastrocca che ti facevano imparare a memoria gi alla materna rappresenta, nella sua semplicit, il pilastro dell’architettura su cui si basata la costruzione sociopolitica, antropologica e culturale della ex Jugoslavia.

La copertina

La guerra

Quella costruzione voluta e ideata dal Maresciallo Josip Broz, cos legato alla guerriglia partigiana villaggio per villaggio, condotta gi dalla fine del 1941 contro gli occupanti nazifascisti, da portare per sempre il suo nome di battaglia: Tito. Tant’, della disgregazione dell’esperimento jugoslavo si detto e scritto moltissimo. Moltissimo si anche visto, considerato che si parla di una guerra iniziata nel 1992 e chiusa nove anni dopo, a poche centinaia di chilometri in linea d’aria dalle coste italiane. Moltissimo si detto, scritto e visto ma mai troppo, soprattutto in un contesto storico dove sovranismi e nazionalismi si fanno nuovamente sentire nel vecchio continente. A tornare su quei giorni, partendo per da un punto di vista laterale, Sarajevo ‘84, i giorni della concordia, l’ultima fatica di Lorenzo Fabiano, veronese, giornalista del Corriere del Venetoe Corriere di Veronanonch autore di numerosi volumi che trattano la storia dello sport e dei suoi protagonisti. Protagonisti visti sempre con un occhio di attenzione alla donna o all’uomo e non solo all’atleta. Da Sarajevo, in Bosnia, crocevia unico di incontro tra la civilt occidentale e dell’Oriente, parte la pista del volume, che si intreccia lungo tre parti: l’Olimpiade del 1984, definita al tempo dall’allora presidente del Cio, Juan Antonio Samaranch, come la pi bella nella storia degli sport invernali, la guerra nella ormai ex Jugoslavia datata appena otto anni dopo quel simbolo di sport, unit e fratellanza e il ritorno, nell’estate scorsa, a Sarajevo.

L’Europa di oggi e l’assedio di Sarajevo

L’idea del libro mi venuta riflettendo sui tempi che stiamo vivendo — dice Fabiano — dove i nazionalismi in Europa stanno riprendendo sempre pi voce, dove si alzano muri e si marcano i confini. La guerra nei Balcani e l’assedio di Sarajevo sono un segno indelebile nella nostra storia. Non va dimenticato ed giusto ripercorrere i passi che hanno portato in pochi anni da un contesto di sport e pace universale al punto di non ritorno. L’assedio di Sarajevo il pi lungo nella storia di fine XX secolo, iniziato il 5 aprile 1992 e terminato il 29 febbraio 1996 con una stima di circa 12.000 vittime e oltre 50.000 feriti. Da una parte e dall’altra eserciti contrapposti di fratelli ora nemici, con i caschi blu dell’Onu a fare da cuscinetto. In mezzo la popolazione, costretta a convivere con bombardamenti, cannonate, cecchini, la difficolt a provvedere ai bisogni elementari: lavarsi, scaldarsi, fare scorta di viveri. Il resto, storia, storia che passa anche da quei terribili 1425 giorni. Eppure, solo otto anni prima, a Sarajevo, citt aperta e multietnica per eccellenza, tra palazzi Jgendstil, moschee e minareti, si era tenuta l’Olimpiade invernale. L’Olimpiade di grandi campioni come i gemelli statunitensi Phil e Steve Mahre, Bill Johnson e anche Paola Magoni, bergamasca di Selvino, che a nemmeno 20 anni conquist, in un nebbione omerico, l’oro nello slalom speciale.

I testimoni

Il libro uno scrigno di sensazioni, ricerca storica, immagini, aneddoti e personaggi. Da Edin Numankadic, l’artista curatore del museo olimpico, a Jelena Dojcinovic (segretaria generale della Federsci bosniaca), alle testimonianze di chi c’era, ricorda, e non pu dimenticare.

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11 dicembre 2021 (modifica il 11 dicembre 2021 | 19:25)

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