Reinhold Messner: «Io operaio dell’alpinismo. Mi arrabbio per le auto sulle Dolomiti»

L’alpinista Reinhold Messner insieme alla moglie Diane Schumacher, sposata tre mesi fa (Foto Lorenz)

In questo momento sto andando a Cibiana di Cadore per una festa al mio museo sul Monte Rite, poi a Cortina per presentare il mio libro “Lettere dall’Himalaya” (sabato nell’ambito di Una Montagna di libri, ore 18, alla Alexander Girardi Hall), poi a Plan de Corones per una discussione sul summit e poi ritorno a Castel Juval. Non mi fermo mai: io non riempio il tempo, realizzo idee. Tra un mese Reinhold Messner compir 77 anni ma ha ancora la grinta e l’energia che hanno reso leggenda il Re degli Ottomila di Bressanone. Fresco di nozze (tre mesi fa ha sposato la giovane Diane Schumacher), ha recentemente pubblicato l’ultimo libro e un secondo pronto per andare in stampa. Intanto segue il progetto di un nuovo museo in Alto Adige ed entro fine anno verr inaugurata una struttura museale sull’Himalaya a cui seguir quella sui Carpazi.

Il suo cruccio, per, resta il turismo di massa sulle Dolomiti.
Basta uscire per vederlo: la gente va in montagna e ci va in macchina fin dove trova parcheggio altrimenti la lascia ovunque. In questo periodo sui passi dolomitici a malapena si riesce a transitare: la gente scende, fa camminatine di uno o due chilometri e poi si rimette in macchina.

Una situazione insostenibile?
Se non riusciamo a chiudere almeno i passi pi importanti nel bellunese, in Trentino e in Sudtirolo, prima o poi la gente non ci verr pi: in citt aspettano le ferie per andare in montagna e poi l non trovano quello che desiderano. Le classiche salite sulle Dolomiti, migliaia di camminate su sentieri di 5-6 ore, non vengono pi battute mentre qualche “hotspot” — Sella, Gardena e Pordoi o il Lago di Braies — strapieno. Dobbiamo “spalmare” gli ospiti per dare a tutte le vallate la possibilit di vivere di turismo. Il numero complessivo non troppo alto: il problema la concentrazione in pochi posti.

Si parla da anni di chiudere i passi a fasce orarie.
Si chiacchiera, ma non viene mai deciso. Bisogna trovare esperti di logistica che stabiliscano come portare la gente in montagna. D’inverno abbiamo le funivie e la gente lascia la macchina in fondovalle. In estate si pu fare la stessa cosa: i clienti che stanno una settimana non devono toccare pi la macchina ma usare navette, bus e funivie.

Lei era un fervente sostenitore delle chiusure.
La politica non ha avuto il coraggio di andare avanti perch il piccolo ristorante o l’alberghino che vive di passaggio non vuole che vengano chiusi i passi. E cos roviniamo la montagna. Ora siamo infestati da bici elettriche; possiamo guadagnare almeno un milione di turisti se apriamo i passi per i ciclisti e li chiudiamo ad auto e moto. Chi oggi arrampica su una parete vicino al passo Sella non pu comunicare con il proprio compagno di cordata perch auto e moto fanno un rumore tale che non si sente a 40 metri.

Che fine ha fatto l’obiettivo del turismo sostenibile?
La gran parte dell’elettorato sudtirolese lavora in strutture che sorgono vicino alle strade e la politica insegue l’elettorato. Non c’ il coraggio di prendere decisioni impopolari. Le strade in Alto Adige sono un problema: in Val Pusteria si procede a passo d’uomo, la Val Venosta in agosto collassa. Alimentiamo il “turismo del pic-nic” con gente che sale, fa un giretto e scende. In Val di Funes, altro posto di successo, sulle malghe hanno parcheggi enormi a 1.600 metri: i turisti salgono, mangiano il loro panino e se ne vanno. Non spendono, non mangiano, non dormono, non comprano e non fanno benzina. Inquinano per niente ed responsabilit della politica trovare una soluzione perch il turista trovi quello che cerca: tranquillit, silenzio, bellezza. Cose che andrebbero decise a livello comunale e provinciale.

Pensa mai di candidarsi?
Neanche per sogno. In Sudtirolo politicamente difficile reagire perch la burocrazia molto pi forte. Il territorio ricco, la gente lavora, per per creare qualcosa, o anche solo cavalcare il grande tema di moda che la sostenibilit, i freni sono cos tanti che il 90% abbandona l’idea. Quando volevo fare il primo museo, Castel Firmian era un rudere abbandonato da 500 anni: avevo un’idea ma ci sono voluti cinque anni per realizzarla, mi hanno quasi portato al fallimento economico. Se l’ex presidente Durnwalder non avesse avuto la mano ferma, non saremmo mai riusciti.

La burocrazia frena anche il suo nuovo progetto museale?
Anche questa operazione ferma. Da anni volevo concentrare i sei Messner Mountain Museum in Sudtirolo: sono cinque in Alto Adige e uno in Veneto, dove luogo e struttura sono perfetti, ma io volevo fare un museo sulla roccia ed uscito un museo sulle Dolomiti. Ora avrei l’occasione di fare un museo sulla roccia in Val di Sesto; c’ una funivia inattiva di cui non hanno smantellato la stazione a monte che potrei salvare e riconvertire a scopo culturale. Ho gi il nome, Rocca, e ho gi iniziato a fare i progetti ma a Bolzano la cosa non va avanti: vogliono che la demoliamo sprecando energia e dovendo smaltire acciaio e vetro utilizzabili per i prossimi mille anni. Eppure servirebbero solo l’entrata nuova e i bagni, per adeguarsi alla legge, e chiudere i due buchi in cui passavano le funivie. Sarebbe il posto perfetto, circondato delle rocce pi belle del mondo emozionalmente inglobate nel museo. In Alto Adige l’anno prossimo vogliono fare un grande congresso sulla sostenibilit ma non hanno nemmeno capito di cosa si parla, se bocciano questa operazione. Da 30 anni lavoro su quest’idea dei musei: il posto in cui pi difficile farlo il Sudtirolo.

E del museo in Veneto che ne sarebbe?
Vorrei lasciare il Rite come museo delle Dolomiti ma sotto un altro nome: non pi Messner Mountain Museum ma Messner Mountain Heritage. Sto costruendo una nuova rete di strutture museali che lascer al Paese. In Nepal ne sto aprendo uno sugli sherpa e sull’Himalaya che dovrebbe aprire entro fine anno. Il materiale, le reliquie e i quadri sono ancora a Kathmandu, ma la struttura finita e appena si potr volare andr l ad allestirlo e sar finito in un paio di mesi.

E non sar l’ultimo, vero?
Diventa il primo di una serie. La prossima operazione sar portare i musei Heritage in tutti i continenti. C’ gi un progetto sui Carpazi con una struttura che mia moglie ed io vogliamo cambiare. Alla fine della mia vita vorrei davvero lasciare non un’impronta, ma un’eredit. Non la mia: la somma di tutto quello che accaduto nelle montagne del mondo negli ultimi 250 anni con grandi personaggi raccontano quello che hanno vissuto. Una mia idea sul Monte Bianco attorno alla figura di Walter Bonatti si discuter alla fine di questo mese.

Se guarda al mondo dell’alpinismo oggi, il Re degli Ottomila chi considera come suo erede?
Io non sono mai stato un “re”: mi vedo pi come un operaio dell’alpinismo. Durante il Covid ho scritto un libro, che uscir in Germania e in Austria tra un mese, per salvare l’alpinismo tradizionale perch la passione per la roccia nel frattempo si chiusa nell’indoor. Oggi il 90% di chi arrampica lo fa in palestra, ma non alpinismo esibirsi su una parete di plastica. La roccia diventata disciplina olimpica, ma con l’alpinismo non ha niente a che fare: l’alpinismo non misurabile, si fa in natura e la natura creativa, pericolosa, cambia tutti i giorni. Non pu esserci competizione; le grandi salite della storia non vengono mai ripetute. Tanti fanno camminate sui sentieri, ma andare su una via ferrata non alpinismo tradizionale. Alpinismo andare nella natura selvaggia, dove tutti gli altri non vanno e portarsi tutta la responsabilit nello zaino.

Lei stato spesso anche in Afghanistan. Come guarda a quello che sta succedendo ora nel Paese?
Ho scalato l’Hindu Kush, nel 1972 ho salito i 7.500 metri del Noshaq, la vetta pi alta, e sono rimasto a lungo scalando anche un po’ di seimila metri. Era l’inizio della mia attivit da alpinista d’alta quota e questi uomini che portavano il materiale al campo base erano molto orgogliosi, aperti. L’Afghanistan nel ‘72 era uno dei Paesi pi liberi del mondo; poi sono venuti i sovietici, poi gli americani con la scusa di Bin Laden e adesso i talebani hanno fatto vedere al mondo di che cosa sono capaci. Sono problemi talmente seri che solo la diplomazia internazionale pu risolvere: ci sono bambini soldati che non sanno fare altro che usare i kalashnikov. Prima del Covid ero nel nord dell’Etiopia per fare studi sui popoli montanari del mondo; siamo dovuti tornare per la pandemia e in pochi mesi scoppiata la guerra proprio l. Nella mia vita ho visitato molte zone in cui successivamente non si pi potuto andare. In Europa siamo riusciti a ottenere pace per pi di 70 anni, ma nel resto del mondo, purtroppo, un concetto ancora molto lontano.

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20 agosto 2021 (modifica il 20 agosto 2021 | 21:30)

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